Alex Chiapparelli

Che ci fai qui?

Nel misterioso laboratorio della mente umana, sorgono idee come bagliori nel buio. Al loro nascere, queste idee sono solo flebili scintille, ma con il tempo e l’attenzione si trasformano in segni neri indelebili. Sono come graffiti incisivi, taglienti e diretti, capaci di attraversare l’animo di chiunque si trovi sulla loro strada.

Solo gli artisti e tutti coloro che fanno immagini con la loro creatività comprendono in parte il mistero di questo processo. Quando queste idee nascono, lo fanno con forza, come un’onda che travolge, invadendo il pensiero e lasciando un’impronta duratura e un cambiamento nella mente di chi le ha concepite.

E così, ci ritroviamo a chiederci: “Che ci fai qui?” Quando ci imbattiamo in queste idee straordinarie, siamo come viaggiatori in un territorio sconosciuto, costretti a seguire la loro guida, incantati dal loro mistero. Sono le idee che ci spingono e ci invitano a esplorare il mondo affascinante della creatività le stesse idee che qualsiasi persona può far emergere dal profondo delle nostre origini, ma che soltanto coraggiosi avventurieri possono esplorare.

In the mysterious laboratory of the human mind, ideas arise like gleams in the dark. At their inception, these ideas are mere faint sparks, but with time and attention, they transform into indelible black marks. They are like incisive graffiti, sharp and direct, capable of cutting through the soul of anyone in their path.

Only artists and all those who craft images with their creativity partially understand the mystery of this process. When these ideas are born, they do so with force, like a wave that overwhelms, invading thought and leaving a lasting imprint and a change in the mind of those who conceived them.

And so, we find ourselves asking, “What are you doing here?” When we encounter these extraordinary ideas, we are like travelers in uncharted territory, compelled to follow their lead, enchanted by their mystery. These are the ideas that propel us and invite us to explore the fascinating world of creativity—ideas that anyone can bring forth from the depths of our origins, but only brave adventurers can truly explore.

I Tre Regni

INT. SALONE REALE – NOTTE

(Un lussuoso salone imperiale nel regno di Talatus è allestito per un sontuoso banchetto. La grande tavolata è piena di cariche prestigiose, decorazioni stravaganti, giullari, musicisti e belle fanciulle. Tre Re rappresentano i regni di Kobarkaus, Estempora e Talatus.)

Re Kursus: (Solenne) Sono lieto di avervi come ospiti nel mio salone imperiale. Di cenare con le più autorevoli cariche dei due regni alleati. Brindo a te, potente Giorghi, Re di Kobarkaus, e anche a te, nobile Shannico, Re di Estempora.

(I Re brindano e le danze iniziano. Re Kursus solleva il calice in alto.)

Re Kursus: (Con orgoglio) Da quando è stato stretto il patto dei tre regni, i nostri rancori sono sepolti nelle profondità degli inferi.

Re Giorghi: (Serio) Potente Kursus, permettimi di dissentire. Le terre di Ancilia erano da spartirsi tra i tre regni, ma questo non è stato rispettato.

Re Shannico: (Conferma) Sì, è la verità. Sul patto è tutto scritto, ma le tasse del popolo vengono ancora erogate esclusivamente al vostro regno.

Re Kursus: (Serra i pugni) Non posso spartire ciò che è mio da oltre mezzo secolo.

Re Shannico: (Minaccioso) Il patto deve essere rispettato, altrimenti dubito che le mie armate passeranno al vostro servizio.

Re Giorghi: (Alza le mani) Su via, non facciamone una discussione. Abbiamo molto altro da spartirci. In fondo, io volevo solo conoscere il motivo.

(Re Giorghi prende una bottiglia di vino e la spinge verso Kursus.)

Re Giorghi: (Invitante) Via, i rancori, che siano sepolti per sempre negli inferi! Bevi questo vino, è il migliore del mio regno.

(Re Kursus versa il vino nel suo calice e inizia a berlo. Dopo il primo sorso, alza nuovamente il calice.)

Re Kursus: (Deciso) Tutto il resto è da spartirsi.

INT. SALONE REALE – CONTINUA LA CENA – NOTTE

(L’abbondante cena prosegue, ma improvvisamente Re Giorghi diventa rosso in volto e le labbra assumono un aspetto violaceo. Fatica a respirare e, in pochi secondi, si accascia sul tavolo. Le danze e i giochi continuano, nonostante l’accaduto.)

Re Kursus: (Indifferente) Georghi forse non godeva di buona salute ultimamente.

Re Shannico: (Sconvolto, scuote Re Giorghi) Credo proprio che sia morto. (Si rende conto) È stato avvelenato.

(Inservienti portano via il corpo di Re Giorghi, ma la cena continua come se nulla fosse accaduto. Arrivano al dolce.)

Re Shannico: (Curioso) Suppongo che il regno di Kobarkaus sia caduto. Come si procede in questi casi con il patto?

Re Kursus: (Sicuro) Ora il patto è tra il mio regno ed il vostro. Finché non sarà eletto un nuovo Re a Kobarkaus, tutti i beni saranno da spartire tra noi.

(Re Shannico sorride maliziosamente e fa apparire un dolce speciale.)

INT. SALONE REALE – CONTINUA LA CENA – NOTTE

(Re Kursus assaggia il dolce e sembra gradirlo.)

Re Kursus: (Apprezzando) Veramente buono, per essere onesto supera di gran lunga quello prodotto nel mio regno.

(Continuano a mangiare dolci e bere vino. Improvvisamente, Re Shannico mostra segni di malessere.)

Re Shannico: (Pallido, con la bocca biancastra) Qualcosa non va…

(Re Shannico smette di respirare e crolla sulla tavola. Re Kursus si alza in piedi e si rivolge agli altri rappresentanti dei regni di Kobarkaus ed Estempora.)

Re Kursus: (Rivela la sua vera natura) Ascoltate tutti, signori dei due regni: La speranza non è portatrice di salvezza. Re Georghi e Re Shannico hanno offerto i loro umili doni per nutrire la loro speranza, ma questo non ne è valso a farmi cedere le terre di Ancilia.

(Il Re si siede di nuovo e inizia a assaporare la frutta. Dopo un po’, uno dei rappresentanti di Re Georghi si alza in piedi.)

Rappresentante di Re Georghi: (Accusatorio) Rispettabile Re Kursus, i frutti che sta mangiando sono quelli del suo regno e sono gli stessi frutti che la porteranno alla morte da qui a breve.

(Re Kursus si alza in piedi, gridando contro il rappresentante, ma improvvisamente comincia a tremare e a irrigidirsi, cadendo sulla sedia e continuando a tremare.)

Rappresentante di Re Georghi: (Rivela la verità) Come ha detto lei, “La speranza non è portatrice di salvezza”. I doni offerti questa sera al suo cospetto non erano avvelenati. Lei, grazie alla sua avidità e diffidenza, ha reputato bene di avvelenare Re Georghi e Re Shannico. Ma si ricordi bene, prima di morire come un cane rabbioso, che i frutti acerbi crescono anche nel proprio giardino.

(La scena si conclude mentre Re Kursus lotta per la sua vita, circondato da rappresentanti sconvolti.)

by Alex Chiapparelli

La prima era

Capitolo I

Era una giornata favorevole, le temperature non erano basse come nei giorni precedenti e la chiarezza del cielo rendeva ben visibile il sottobosco. Avanzando per chilometri nella radura con andatura lenta e felpata, in modo che le prede non lo sentissero, Mut si volse verso un percorso sconosciuto. Indossava una pelliccia di bisonte grigio, con pantaloni di pelle di vitello e scarpe anch’esse in pelle di bisonte, resistenti alla sterpaglia. Nella mano destra impugnava una lancia con in punta una lunga pietra minerale talmente affilata da tagliare barbe, ma che Mut utilizzava solo per la caccia. Per quanto tagliente, era altrettanto facile da scheggiare se usata contro altri materiali.

In un punto particolare della radura, scorse delle impronte che si dirigevano nel profondo bosco. Non esitò a seguirle e si immerse nella fitta macchia fino a scorgere le tracce finire sul ciglio di un ruscello. All’improvviso, voltandosi alla sua sinistra, notò una bestia che si stava rifocillando nel torrente. Si tolse dalla visuale retrocedendo e si nascose dietro un albero ad osservarla. Era una strana bestia che Mut non ricordava di aver mai visto. Grande come mezzo bisonte, con il torace rigonfio, zampe possenti e un collo curvo e pronunciato come quello di un cavallo. La sua testa era da far raccapricciare il più impassibile dei selvaggi, e mentre beveva contraeva le guance all’insù, mostrando arcate infinite di denti affilati a forma d’uncino. La bestia fissò con lo sguardo l’albero dove era nascosto il selvaggio. Gli occhi di quell’animale diventarono di un rosso arterioso, talmente accesi che anche da quella distanza Mut riusciva a vederli. La lancia che aveva con sé non sarebbe bastata a dargli conforto, e in quell’esatto momento rifletteva su come dileguarsi senza che l’animale lo scovasse.

Oramai era stanato, da cacciatore a preda, quel essere deforme si stava avvicinando a piccole zampate, inconsapevole di cosa avrebbe trovato dietro l’albero. Il selvaggio fece un balzo in alto e si aggrappò ai primi rami del tronco mentre la bestia, oramai accorta dei rumori, cominciò a montare verso di lui. Raggiunto l’albero, Mut si era arrampicato in fretta e vedeva dall’alto la bestia accerchiare l’albero mentre questa guardava su. Fece qualche giro e ad un certo punto si fermò e, dandosi uno slancio con le zampe posteriori, saltò sul tronco infilando i lunghi e affilati artigli nella corteccia e iniziò l’arrampicata. Mut scese qualche metro più in giù puntando la lancia verso il basso e quando l’animale era a poche zampate da lui, sferrò tre colpi sul torace della bestia, di cui solo uno andò a segno, ferendola. L’animale si lasciò cadere per non essere colpito di nuovo, si rialzò da terra, si scrollò e se ne andò lentamente. Mut, vedendo la bestia andarsene pacatamente, capì che non sarebbe finita lì e attese molto prima di scendere.

Al ritorno era cauto nel proseguire. Percorse il sentiero opposto a quello dell’animale, allungando così la strada per il rientro. Ritornato al villaggio, Podu scorse nei lineamenti di Mut un’espressione afflitta e gli chiese: «Cosa c’è?». «A caccia sono stato attaccato da una bestia». «Dall’apparenza te la sei cavata bene», disse ridacchiando Podu. «Mi ha salvato un albero, l’unico nelle vicinanze che avesse a portata di mano dei fusti per arrampicarmi». «Sarà stata una bestia rognosa per farti scappare in quel modo», replicò scherzoso Podu. «Mai quanto te! Caro amico», rispose Mut con aria ironica, i suoi lineamenti diventavano più rilassati. «Se questi animali sono in gruppo, potrebbero attaccare. Forse è il caso di avvisare gli altri», disse Podu, che successivamente portò voce al villaggio dell’accaduto. «Ascoltatemi, gente. È il caso di preparare le armi. Prendete lance e coltelli. Tutti gli uomini intorno all’accampamento», disse Podu a voce alta.

Quella sera le bestie di cui sospettavano non attaccarono, ma fecero comunque dei turni di guardia per proteggere l’accampamento, mentre la gente del villaggio dormiva nelle grotte. I cacciatori erano stanchi per la notte insonne trascorsa a difendere l’accampamento, ma anche gli altri non fecero sonni tranquilli. La mattina successiva, Mut, Podu e Kon partirono in perlustrazione. Durante il cammino tra terre incontaminate, in lontananza si osservavano grossi animali erbivori rodere alberi secolari, e uccelli di ogni tipo e misura librarsi sulle loro teste. Le esplorazioni potevano durare anche settimane, servivano per scoprire nuovi territori e prendere materie prime da portare al villaggio. Cavalcarono per quattro settimane facendo varie soste. Uscendo dalla fitta macchia, si ritrovarono in una zona rocciosa non ancora esplorata. «Ferma, fermate!», gridò Kon. «C’è una zona collinare laggiù», replicò. Kon era un tipo saggio avanti con l’età, forgiato dall’esperienza di vita. Era anche medico e conosceva gran parte delle piante, ferrato nei mescoli da utilizzare per le cure. Aveva vissuto con altri selvaggi in passato, per questo conosceva molte

lingue. I tre si diressero verso la collina rocciosa. Ad un tratto, una folata interminabile di vento gelido soffiò contro di loro, interrompendo per qualche minuto l’andatura e facendo impennare i cavalli. Si stava alzando la tramontana, e i due incitarono i cavalli a continuare per arrivare alla collina. Arrivati alle rocce, una scena orribile apparve davanti ai loro occhi: corpi senza vita e fatti a pezzi. «Staranno qui da giorni, non è successo di recente», disse Podu, urlando con il volto coperto dalla pelliccia. Il forte vento spazzava via il suono delle voci. «Possiamo sostare qui visto il tempo e perlustrare la zona la mattina presto, ma dovremmo seppellire i corpi per fare pulizia», rispose Mut mentre ragionava su chi poteva aver fatto strage di selvaggi. Podu pensava che avrebbero rischiato ad accamparsi in quel posto se lasciato in quelle condizioni. Le bestie potevano tornare a cibarsi dei corpi sentendo l’odore della carne, «sempre se di bestie si trattasse», pensò. Mut annuì. «Le bestie non lasciano carne intatta», mentre Podu rifletteva su cosa avrebbero potuto fare. Mut disse: «Non abbiamo altra scelta che stabilirci qui».

La zona collinare era ben strutturata. C’erano enormi cavità rocciose e tutto attorno una folta vegetazione. La tramontana si stava quietando. I tre sistemarono i cavalli. Inizialmente, le zampe erano irrigidite a causa della forte raffica di vento gelido e fecero piccoli passi. Quando ad un tratto Mut vide un uomo dentro ad un antro che cercava di mettersi in piedi. «Guardate!», disse puntando il braccio verso una delle cavità. «Ho visto qualcuno muoversi». L’uomo stava dentro una delle grotte, tentando a stento di mettersi in piedi aiutandosi sulla parete rocciosa, ma ad ogni tentativo gravitava a terra sfinito. Aveva le gambe spezzate, che si sostenevano unite da pezzi di carne ancora intatti. L’uomo lo vide dirigersi verso di lui e iniziò a mugolare. Mut scese da cavallo e lo aiutò a stare calmo, gli mise una mano sulla spalla per farlo sedere. I respiri del malcapitato si fecero sempre più rapidi. «Cosa è successo?», chiese Mut. L’uomo alzò la testa e boccheggiando improntò una dialettica che Mut non comprese. I due cercarono di comunicare, ma senza alcun risultato. Calava la sera. Il cielo rosso violaceo creava nelle cavità rocciose strane ombre. Podu tornò a smontare. Mut e Kon cercavano di comunicare con lo sfortunato, ma oramai l’uomo era privo di vita. Per molte ore lavorarono duramente per seppellire i corpi.

La mattina seguente si svegliarono all’alba e iniziarono a perlustrare la zona. Trovarono molte piante medicinali, utensili e una grossa quantità di armi da caccia. Ma la cosa più sorprendente per Kon fu quella di trovare una tavola di legno quadrata, larga tre palmi, con al centro un manico in pelle. Kon la impugnò e cercò di capire a cosa servisse. «Hey, venite a vedere che ho trovato», disse Kon con aria sorpresa. «A cosa potrebbe servire quest’aggeggio?». «Sembrerebbe un’arma», rispose Podu. Mut asserì, «Forse va usata per difendersi». «Serve a ben poco come difesa contro le belve», disse Podu e replicò: «Forse a difendersi dalle lance». E Podu aggiunse: «E quale selvaggio attaccherebbe mai un altro selvaggio? Non ha senso». Kon affermò con critica: «Da quando mia madre mi mise al mondo non ho mai visto un selvaggio difendersi da un altro selvaggio. Ma questo non significa che non possa essere accaduto».

Capitolo II

La luna era piena quella sera e illuminava il villaggio. I selvaggi durante il giorno avevano cacciato grosse prede e si stavano preparando per la festa. I fuochi erano accesi da tempo e alcuni tagliavano la carne per essere cotta. Le pareti esterne erano piene di graffiti. Prima di essere macellati, alcuni animali venivano portati agli artisti del villaggio che li riproducevano sulle pareti usando diversi colori, talvolta inventando nuove forme.

Puna era la donna di Mut, affascinante ed estroversa, con capelli biondi dal forte carattere. Stava dando una mano per i preparativi mentre le danzatrici andavano in giro per il villaggio danzando, accompagnate da una banda musicale composta da quattro percussionisti e quattro flautisti che fabbricavano gli strumenti con ossa di volatili.

Dopo di che, la festa ebbe inizio. Iniziarono a banchettare intorno al grande fuoco, mentre i bambini giocavano tra di loro e mangiavano sereni in un clima di festa. Quando ad un tratto uno sconosciuto sbucò dal fitto bosco e si fermò davanti al fuoco. L’uomo aveva una folta pelliccia grigia e nella mano destra brandiva un bastone con delle pietre taglienti incastonate, mentre con la sinistra impugnava una tavola di legno larga tre palmi. Puna e Dum lo videro e si rivolsero allo sconosciuto: «Cosa cerchi? Possiamo aiutarti?» chiese Dum allo sconosciuto. Lo sguardo dell’uomo era duro e dagli occhi emanava odio. «Le terre dello SoNun sono mie», disse con voce minacciosa. Dum si irrigidì e gli chiese: «Per quale motivo?» Lo sconosciuto rispose: «Per mio volere». Alzò nell’aria la tavola di legno e dopo qualche secondo iniziarono ad apparire dalle sue spalle, uno dopo l’altro, dei selvaggi armati di pugnali che in pochi minuti formarono un folto gruppo e accerchiarono Dum e Puna. «Se all’alba non sarete andati via di qui, vi uccideremo tutti». Il gruppo si ritirò come un sol uomo e venne inghiottito dalla foresta senza lasciare traccia.

Dum guardò Puna con aria preoccupata. Nella storia dei popoli, non se ne era mai sentita voce di conflitti tra selvaggi…. continua

by Alex Chiapparelli

Il Dentista